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Happy Hour – Il giappone e una donna ferita

Un’immagine dal film “Happy Hour”

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Prima considerazione. Happy Hour non è una serie televisiva ridotta (si fa per dire) a formato cinematografico. Non ingannino il linguaggio di Hamaguchi Ryûsuke e la sua scrittura di base: la presunta linearità del suo stile e il soffermarsi a lungo sulla definizione dei personaggi hanno valore se messi in relazione con la durata complessiva del film.

Il racconto delle quattro protagoniste e delle loro relazioni con i rispettivi compagni è concepito come un lungo fluire con corsi e ricorsi, salti e rimandi che danno il senso (tragico) del tutto.

Il tema di fondo di questo coraggioso lavoro è il linguaggio. Il film attraversa il linguaggio non verbale (nella lunga scena dedicata al workshop), affronta la parola giuridica (la sequenza nel tribunale è uno dei suoi punti di snodo), incrocia la testimonianza (l’incontro con la donna nel pullman), sfiora la parola letteraria, mette in scena la parola domestica (quella che si pronuncia solo dentro le mura di casa).

Nel film i personaggi si dicono le cose in faccia o all’opposto si prendono in giro con bugie evidenti, come mai accade in un cinema molto codificato come quello nipponico. Senza voler svelare il mistero della femminilità, Hamaguchi costruisce un ritratto prospettico della donna giapponese vista in quattro sue variazioni: Sakurako, che vive con il marito preso dal lavoro, la suocera e il figlio adolescente, Fumi, elegante e silenziosa compagna di un giornalista innamorato di se stesso, Akari, l’infermiera sicura di sé e dei suoi sentimenti, Jun, che non riesce a ottenere il divorzio dal marito.

In Happy Hour, che all’incongruenza della vita s’ispira, non ci sono vincitori né vinti. Solo ferite da leccare. E il desiderio di portare con sé questi personaggi, incontrati in un frammento della loro esistenza.

Carlo Chatrian
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